Neurofeedback
 


Storia del Neurofeedback

Nel 1870 Il fisico inglese Richard Caton fu il primo a scoprire che il cervello genera elettricità con l'utilizzo di uno strumento chiamato galvanometro. Negli anni che seguirono vennero avviati numerosi studi sul cervello umano particolarmente ricolti allo studio delle cellule cerebrali e del loro funzionamento. Nel 1924 Hans Berger registrò, grazie all'invenzione di un rudimentale elettroencefalografo, i segnali provenienti dal capo di suo figlio, il quindicenne Klaus. Berger sottopose il ragazzo a settantatre elettroencefalogrammi che furono i primi ad essere pubblicati. Insicuro della precisione delle sue registrazioni aspettò circa cinque anni prima di riportare i risultati dei suoi studi in un articolo intitolato "On the Electroencephalogram in Man" (Sull'elettroencefalogramma in un uomo). La prima frequenza presente nell'attività cerebrale che egli rilevò si aggirava intorno ai 10 Hertz (un Hertz è il numero di cicli per secondo). Questa frequenza fu chiamata, inizialmente, il Ritmo di Berger. La EEG (elettroencefalografia) di Berger mostrava chiaramente l'inizio e la fine di una attività mentale.

Dopo alcuni anni nei quali il lavoro di Berger rimase alquanto ignorato furono avviate nuove ricerche. Possiamo ricordare i due fisiologi inglesi Edgar Adrian e B.H.C Metthews, Walter Rudolf Hess e Wilder Penfield, un neurochirurgo che concentrò i suoi studi sulle lesioni che colpivano il cervello. Molti studi interessavano il posizionamento degli elettrodi sulla testa di animali, come ratti, gatti o scimmie e successivamente sul capo di esseri umani. In questo modo iniziava a delinearsi la prima mappa del cervello umano.

Negli anni che vanno dal 1950 al 1960 gli studiosi R.G. Heath e W.A. Mickle effettuarono le prime elettroencefalografie su individui affetti da schizzofrenia e iniziarono a riscontrare i primi risultati a livello terapeutico.

Nel 1958, Richard Bach, studente universitario passò alla storia come il primo uomo in grado di controllare le sue onde cerebrali. Egli si sottopose infatti agli esperimenti dello psicologo, Joe Kamiya, insegnante all'università di Chicago. Kamiya mise in atto una serie di test per scoprire se l'essere umano sarebbe stato in grado, attraverso un periodo di addestramento mirato, di distinguere e controllare i vari stati mentali e la propria attività cerebrale. I risultati furono così soddisfacenti da stimolare la ricerca verso questa direzione. I suoi "allievi"non erano tuttavia in grado di spiegare la riuscita del loro training, tanto da indurre la conclusione che parte dei procedimenti mentali utilizzati agissero a livello inconscio.

Il lavoro di Kamiya rimase sconosciuto fino a che non fu pubblicato un articolo in "Psychologist Today". Era l'anno 1968.

I fattori che accrebbero l'importanza e perfezionarono la tecnica del Biofeedback moderno furono essenzialmente due. Primo, l'evoluzione degli strumenti utilizzati in particolare dopo la seconda guerra mondiale, secondo l'importanza che la ricerca aveva assunto rivolta alla terapia di diverse malattie.

Di fondamentale importanza furono poi gli studi condotti da Barry Sterman pubblicati nel giornale "Brain Research" del 1967. Questi studi dimostrarono la chiara connessione tra mente e fisiologia. Nel 1971 Sterman utilizzò il biofeedback sul primo soggetto umano diminuendo la frequenza degli attacchi epilettici. Sterman scrisse un articolo al riguardo che fu subito accolto dal giornale "EEG and Clinical Neurophysiology". Nel 1973 alcuni fisici e neurologi iniziarono a lavorare con Sterman, tra cui Joe Lubar e Robert Reynolds che utilizzarono il Neurfeedback su soggetti caratterizzati da Disturbi di Attenzione.

Quello che solo pochi anni fa è stato accettato dai neuroscienziati è il concetto rivoluzionario che Sterman come molti altri studiosi avevano già da tempo sperimentato e cioè che il cervello è un organo dinamico ed estremamente plastico, capace di profondi cambiamenti.

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